Storia del popolo americano. Dal 1492 a oggi

Un libro: Storia del popolo americano. Dal 1492 a oggi / Howard Zinn
La Prefazione di Francesco Costa
La presentazione dell’editore
Il sommario del volume
Una recensione di Alessandro Visalli
In premessa un breve abstract ed una sintesi schematica

Sommario

Prefazione di Francesco Costa
l. Colombo, gli indiani e il progresso umano
2. La barriera del colore
3. Persone di condizione bassa e vile
4. La tirannia è tirannia
5. Una specie di rivoluzione
6. Oppresse nell’intimo
7. Finché l’erba crescerà e l’acqua scorrerà
8. «Non prendiamo nulla con la forza, Dio sia lodato»
9. Schiavitù senza sottomissione, emancipazione senza libertà
10. L’altra guerra civile
11. I robber barons e i ribelli
12. L’impero e il popolo
13. La sfida socialista
14. «La guerra è salute per lo stato»
15. Difendersi in tempi duri
16. Una guerra del popolo?
17. « … Oppure esplode?»
18. Vietnam: la vittoria impossibile
19. Sorprese
20. Gli anni settanta: sotto controllo?
21. Cuter, Reagan, Bush: il consenso bipartisan
22. La resistenza ignorata
23. La presidenza Clinton e la crisi della democrazia
24. L’imminente rivolta dei guardiani
Bibliografia
Indice analitico

Sunto della recensione

La recensione di Alessandro Visalli sul libro Storia del popolo americano di Howard Zinn presenta un’analisi approfondita dell’opera, che offre una visione alternativa della storia degli Stati Uniti, focalizzandosi sulle lotte popolari, le oppressioni sociali e i meccanismi di controllo delle élite. Zinn adotta una prospettiva “dal basso”, evidenziando il ruolo delle disuguaglianze e delle colonizzazioni interne nella formazione della società americana.

Il libro inizia con la “scoperta” delle Americhe, descrivendo il genocidio delle popolazioni indigene e lo sfruttamento coloniale. Si passa poi alla colonizzazione inglese del Nord America, distinta da quella spagnola e francese per il carattere semi-spontaneo e religioso. Viene analizzato il ruolo della schiavitù africana nell’economia coloniale e l’impatto devastante del traffico di schiavi sull’Africa. Infine, si esplorano le dinamiche sociali ed economiche dei coloni inglesi, spesso provenienti da classi marginalizzate in cerca di opportunità.

Sintesi schematica

Autore e contesto:

  • Howard Zinn (1922-2010), storico radicale americano con inclinazioni socialiste libertarie.
  • Attivo nei movimenti per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam.

Tema centrale del libro:

  • Storia degli Stati Uniti narrata dal punto di vista delle lotte popolari e delle oppressioni sociali.
  • Analisi dei meccanismi di controllo sociale e dominio delle élite.

Argomenti principali:

  1. Colonizzazione europea:
  • Genocidio degli indigeni (es. Haiti) e sfruttamento intensivo delle risorse.
  • Impatto devastante della logica capitalista basata sulla proprietà privata.
  1. Schiavitù africana:
  • Importazione massiccia di schiavi per sostenere l’economia coloniale.
  • Distruzione delle società africane e contributo alla supremazia economica occidentale.
  1. Colonizzazione inglese:
  • Caratterizzata da ondate migratorie semi-spontanee di gruppi marginalizzati.
  • Creazione di comunità basate su principi religiosi radicali.
  1. Critica indigena ed europea:
  • Influenza dei nativi americani sul dibattito europeo sull’uguaglianza (es. Rousseau).
  • Contrasto tra visioni comunitarie indigene e individualismo europeo.

Conclusione:

  • Il libro offre una rilettura critica della storia americana, sottolineando il ruolo delle disuguaglianze strutturali nella costruzione della società moderna.

Il libro ed. italiana 2025

Zinn, Howard
Storia del popolo americano : dal 1492 a oggi / Howard Zinn ; traduzione di Erica Mannucci, Paolo Ortelli, Alessandro Vezzoli ; prefazione di Francesco Costa. – Milano : Il Saggiatore, 2025. – 852 p. ; 22 cm. – (La cultura ; 1898).) – [ISBN] 978-88-428-3554-7.    

La presentazione dell’editore

Storia del popolo americano – qui con una nuova prefazione di Francesco Costa – racconta il percorso degli Stati Uniti dal 1492 al 2001 da un punto di vista inedito: non più partendo dalle stanze del potere, ma dalle strade, dalle case e dai luoghi di lavoro della gente comune. Una controstoria popolare che riesce a dare voce alle vite delle minoranze tuttora discriminate, delle donne, dei poveri e di chiunque sia stato escluso dal mito del sogno americano. L’epopea che Howard Zinn ripercorre, tra l’arrivo di Cristoforo Colombo e l’attentato alle Torri Gemelle, ritrae un paese abitato da sempre da incongruenze e ambiguità: la nazione «più libera al mondo», che ha schiavizzato e segregato per secoli la popolazione nera; la «punta della civiltà occidentale» nata dal genocidio degli indigeni; il «garante della pace internazionale» capace di una politica coloniale violenta e manipolatoria. Appoggiandosi a testimonianze e documenti poco noti, l’analisi di Zinn offre un resoconto autentico e completo di mezzo millennio di epoche, società ed episodi cruciali: sottrae all’oblio le ribellioni dei neri, i conflitti sindacali, le manifestazioni contro la guerra, le voci dei dissidenti, delle femministe, degli oppressi, scoperchiando anche lo sfruttamento e il razzismo che si cela dietro le retoriche del potere e le leggende patriottiche; il tutto senza mai cadere in idealizzazioni opposte. A circa mezzo secolo dalla prima edizione e dopo milioni di copie vendute, quest’opera continua a essere uno dei libri di storia più letti e studiati al mondo: la narrazione della faccia più misconosciuta dell’America, nella quale sono scavati con violenza i segni delle sue contraddizioni. I miei tag : America, Popolare, Sociologia, Storia, Sfruttamento, Popoli,

Prefazione di Francesco Costa

C’è un vecchio episodio dei Simpson che mostra un periodo della vita di Homer e Marge antecedente al matrimonio e ai figli, quando lei studiava all’università di Springfield mentre lui lavorava e col suo stipendio le pagava la retta. In questo lungo flashback vediamo la giovane Marge Simpson imbattersi in un professore dalle idee di sinistra molto radicali, che descriveva i cosiddetti Padri fondatori della nazione come un mucchio di misogini razzisti e assetati di potere, e in generale la storia americana come una vicenda di sopraffazione e violenza: il contrario di quello che si insegnava all’epoca nelle università. Sempre più affascinata da quelle idee, Marge finirà addirittura per lasciare Homer, convinta dal professore che le pagasse la retta non per amore ma solo per asservirla. Le successive sparate del docente, presentate dalla serie come sempre più estreme – l’identità sessuale è un costrutto sociale, il matrimonio serve solo a schiavizzare le donne, la squadra di football dei Washington Redskins dovrebbe cambiare nome perché «pellerossa» è razzista – la convinceranno a tornare sui suoi passi e rimettersi con Homer, e vissero tutti felici e contenti. Uscita nel 2009, è una di quelle puntate dei Simpson che vengono definite profetiche: le posizioni di cui sopra oggi sono ampiamente condivise dal mondo progressista statunitense, la cultura radicale prodotta dalle università è un tema attualissimo – il politicamente corretto, la cancel culture , la cultura woke , gli studi di genere – e i Washington Redskins nel 2022 hanno effettivamente cambiato nome, dopo quasi un secolo di storia, tra molte polemiche. Ma non è questa la cosa che ci interessa, in questa sede, bensì un’altra. Per segnalare al pubblico la crescente fascina zione di Marge Simpson per le idee radicali del professore, a un certo punto la vediamo immersa nella lettura di un libro molto preciso, inquadrato in primo piano: il libro che avete in mano in questo momento. Non è l’unica apparizione di questo testo all’interno di prodotti culturali dal pubblico largo ed eterogeneo. In una scena del film Will Hunting – Genio ribelle vediamo l’operaio scorbutico e geniale interpretato da Matt Damon curiosare nella libreria del suo psicologo, Robin Williams. Quando Damon vede un generico libro di storia degli Stati Uniti, gli dice sprezzante: «Se vuole leggere un vero libro di storia, deve leggere Howard Zinn. Quel libro la stenderà!».

Howard Zinn era un ebreo newyorkese proveniente da una famiglia operaia di Brooklyn. Dopo il diploma lavorò come carpentiere sulle navi e poi si arruolò come pilota nell’aeronautica. Durante la Seconda guerra mondiale condusse missioni e bombardamenti in Francia e in Cecoslovacchia contribuendo all’uccisione di migliaia di civili, con le bombe e con il napalm. Dopo la guerra si iscrisse all’università senza pagare un soldo, grazie ai benefit offerti ai reduci dal governo americano, si laureò in Scienze politiche e iniziò la carriera accademica, acquisendo maggior consapevolezza delle sue azioni durante la guerra. Negli anni seguenti visitò più volte i luoghi che aveva bombardato e parlò molto di come quell’esperienza, insieme alle letture e frequentazioni comuniste e socialiste durante la sua adolescenza e approfondite durante gli studi, gli avessero aperto gli occhi sulla brutalità della guerra e su come, disse, da una parte e l’altra del fronte facesse vittime le persone più deboli, usate dalle élites come pedine per i loro obiettivi di potere, dominio e ricchezza. È questo l’approccio che Zinn avrebbe adottato nei decenni successivi di carriera di professore e attivista e soprattutto nel libro che avete tra le mani, uscito per la prima volta nel 1980 con una tiratura di sole quattromila copie e diventato poi di gran lunga il testo più popolare e influente che un autore statunitense di estrema sinistra abbia mai scritto, con quasi due milioni di copie vendute nel mondo. Per comprendere le ragioni del successo di questo libro sarà sufficiente iniziare a leggerne il formidabile primo capitolo, un pezzo leggendario di storiografia militante la cui forza negli anni ha steso generazioni di americani, per riprendere l’espressione usata da Matt Damon in quel film. La scelta del verbo non fu casuale: per generazioni di giovani statunitensi, leggere Zinn è stata ed è an cora un’esperienza rivelatoria. Prima di questo libro, infatti, nessuno negli Stati Uniti aveva raccontato con questa efficacia e dovizia di particolari il genocidio dei popoli indigeni compiuto dai colonizzatori europei, la brutalità di Cristoforo Colombo e il loro spietato e rapace sfruttamento delle risorse del nuovo mondo: soprattutto, nessuno aveva messo al centro della vicenda nazionale statunitense il peccato originale di quello sterminio, e il fatto che quel mondo proprio nuovo non fosse. Nei programmi scolastici statunitensi e in generale nel loro racconto e autoracconto, le origini degli Stati Uniti sono state a lungo essenzialmente una storia di eroismo e coraggio, di grandi uomini, esploratori e pionieri: e il giorno in cui Cristoforo Colombo raggiunse le Americhe è il Columbus Day, un giorno di celebrazioni e feste. Se oggi quella giornata viene vissuta con crescenti malumori e contestazioni revisioniste, è anche a causa di questo libro. Ma ci sono tanti altri aspetti normalmente trascurati della storia americana che Zinn mise al centro del suo racconto: gli scioperi dei ferrovieri nell’Ottocento, il ruolo dei sindacati e dei movimenti socialisti, la schiavitù raccontata attraverso le parole e le testimonianze degli stessi schiavi, i bombardamenti segreti compiuti dagli americani in Vietnam, la repressione del movimento indipendentista filippino, le aspirazioni degli agricoltori e delle femministe.

 Lo avrete notato: il libro che state leggendo non è una storia degli Stati Uniti ma una storia del popolo degli Stati Uniti, e questo è forse anche il suo più grande lascito. Già dalle prime pagine, infatti, Zinn dichiara che non sarà un osservatore obiettivo e neutrale ma che intende capovolgere la prospettiva, abbandonare il punto di vista dei vincitori e adottare sistematicamente quello degli sconfitti, dei massacrati, dei sottomessi, delle persone prima che delle élites, degli analfabeti prima che degli istruiti, dei poveri prima che dei ricchi. Nel rivendicare l’esplicita faziosità del suo lavoro, Zinn ha insegnato a generazioni di lettori che la Storia con la maiuscola è sempre una discussione, un’interpretazione, e ogni tentativo di ricostruirla e raccontarla non si esaurirà mai in una mera successione logica di eventi legati tra loro bensì in un esercizio soggettivo. Che non esistono verità assolute nella ricostruzione dei meccanismi di causa ed effetto, ma verità diverse per punti di vista diversi: tutti ne scelgono uno, anche chi lo omette. I libri di storia venivano e vengono ancora scritti col tono del narratore onnisciente e sopra le parti: dichiarando apertamente il suo, di punto di vista, Zinn svela che dietro ogni interpretazione degli eventi ci sono scelte precise e tutt’altro che univoche. «Howard Zinn ha complicato la mia visione del mondo» scrisse qualche anno fa Ta – Nehisi Coates raccontando il suo rapporto con questo libro. Il racconto di Zinn è come un negativo fotografico della storia statunitense, ed è condizionato dalla sua prospettiva marxista fino al punto di sottovalutare il ruolo gigantesco della religione e dell’etnia, e leggere invece ogni passaggio come innanzitutto il pezzo di una lotta di classe che gli americani non sanno e nemmeno sentono di aver combattuto. Il manicheismo di Zinn lo porta a disegnare linee molto nette che separano i buoni – buonissimi dai cattivi – cattivissimi, e il suo racconto è intriso di un pessimismo che non fa mai davvero i conti con lo straordinario e crescente benessere economico degli americani, con il costante progresso delle loro condizioni di vita e con l’ambizione visionaria del loro progetto politico, per quanto evidentemente incompiuto: la prima e ancora unica vera grande democrazia multietnica al mondo, la prima a realizzare la separazione dei poteri descritta da Montesquieu, una rivoluzione che fu di ispirazione ai francesi e agli ungheresi, ai messicani e agli argentini. Perché la quasi totalità degli americani ha accettato la legittimità della repubblica in cui vive, se l’oppressione capitalista è stata così sistematica e spietata? Perché da secoli e ancora oggi milioni di persone da ogni parte del mondo cercano in ogni modo di fare degli Stati Uniti la propria casa, e quando ci riescono non tornano più indietro? I limiti del libro che avete tra le mani sono stati molto discussi negli anni da storici di ogni orientamento politico, ma il messaggio di Zinn e la vera grandezza di questa storia del popolo americano non è il suo essere oggettiva, completa e indiscutibile, bensì proprio l’insegnarci che ogni storia è sempre una storia partigiana.

 Nel 2010 la storica Jill Lepore raccontò sul New Yorker di come ogni autunno, quando le facoltà umanistiche statunitensi sono invase da un’armata di matricole, il libro di Zinn sia uno dei primi a cui si avvicinano e da cui vengono sedotti, proprio per queste sue caratteristiche. «Il problema» aggiunse «è che dal punto di vista analitico, capovolgere la prospettiva non rappresenta necessariamente un progresso: è solo la stessa cosa, capovolta.» Le cose sono più complicate di come le mette Zinn, insomma: ma il suo libro funziona come innesco di interessi, progetti, approfondimenti. «Durante il secondo anno, di solito lo capiscono anche i giovani studenti. Può essere doloroso, ma questo non li rende meno grati a Zinn per quello che gli ha insegnato, né meno affezionati a lui per aver avuto il coraggio di scriverlo. Verrà un altro settembre, arriveranno nuove matricole col libro di Zinn nelle loro borse a tracolla, e come ogni anno sarò molto felice di vederle.»

Recensione di Alessandro Visalli LINK
su sinistrainrete.info

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